Come mai  nel mondo globale dobbiamo, ancora, parlare di violenza di genere?

Come mai non riusciamo a trovare dinamiche  di rapporto che non siano guidate da logiche di potere?

Come è possibile che la discussione sia ancora e sempre tra “la violenza giustificata” o/e  “se l’è cercata”?

 

 

Pare che non ci sia un identikit specifico dell’uomo che mette in atto azioni violente sulla donna e nemmeno uno specifico della donna che subisce violenza. Pare che non c’entri la cultura, l’educazione, il titolo di studio, la professione ma che sia qualcosa di più profondo qualcosa che ha a che fare con il dolore dell’essere umano (con la paura della morte?) e le relazioni del mondo che abita (il potere di fare morire?).

Nei media, ma anche in strada, il dibattito si sostanzia in una condanna della violenza e una successiva analisi delle motivazioni che hanno spinto l’uomo ad agire e la donna a subire. Analisi scarne che parlano “di uomo cattivo e donna debole” oppure fataliste “è sempre stato così” ma queste analisi non ci permettono di apprendere qualcosa di nuovo e la dimostrazione risiede nel fatto che tutto si ripete, tutto rimane uguale, non c’è via se non il carcere e il trauma. Il carcere e il trauma. E’ necessario, quindi, andare a cercare altrove, bisogna problematizzare per scampare al riduzionismo cercando di disvelare prospettive nuove.

Guardiamo lontano per capire chi siamo e proviamo a osservare con altri occhi.

La supremazia delle radici culturali giudaico-cristiane-islamiche è ben radicata in noi. Narrazioni di una supremazia che non riconosce ad ogni soggetto il  potere di abitare la terra nella piena consapevolezza ma realizza una particolare relazione con l’uomo (maschio) e la trascendenza, relegando la donna a strumento di relazione.  Dal momento che l’essere umano ha messo in discussione questa relazione con il trascendente, la violenza si rivolge nella sfera privata privando l’uomo di tutto ciò per cui ha lottato e chiudendo la donna in schemi antichi.

Nella società attuale queste radici influenzano, ancora, le identità simboliche maschili e femminili, le quali però si trovano all’interno di un percorso complesso, incerto, che cambia rapidamente dove gli antichi schemi risultano obsoleti. Per cercare soluzioni ci affidiamo alla legge. I rapporti tra le diverse identità sono oggi apparentemente più liberi perché garantiti da leggi  e logiche di legalità. Ma questo, con evidenza, non è sufficiente giacché la legalità da una parte esige la necessità che i dominati assumano le caratteristiche dei dominanti per essere riconosciuti come soggetti d’azione e dall’altra tende a mettere in risalto l’inefficacia della logica gerarchica e quindi ricercare una prospettiva diversa di messa in discussione delle relazioni, in primis della famiglia.  Contraddizioni che stirano i rapporti, li rendono tesi probabilmente perché non è “fuori”, nelle leggi e nelle parole, che possiamo trovare strumenti per affrontare le trasformazioni sociali.

Le nostre radici, non riattualizzate, marciscono mentre l’inevitabile trasformazione procede. Abbiamo bisogno di percorsi di valorizzazione del cambiamento, di formazione, di pedagogia, di autoconoscenza che tentino di demitizzare i comportamenti antistorici, gli archetipi e le mitologie fallocentriche.

Per ora ci affidiamo solo  alla risposta legalitaria ma non è lì che ridisegneremo le strutture di significato per leggere la realtà.

Non è lì che riusciremo a rinominare la relazione complessa che avviene sulla superficie della nostra pelle nuda.

TWO SIDES

Words and laws are not enough

AGAINST RHETORIC

 AGAINST  GENDER VIOLENCE