“Sono capace di restare me stesso in relazione con l’Altro?”


L’espressione “Chi vive il Disagio”, si propone come intento quello di condurre l’attenzione del lettore, al “Chi” , ovvero alla Persona: quanto, oggi, possiamo ritenere che la” Persona” abbia dignità reale di esserlo e quanta dignità la “Persona” concede a se stessa per continuare ad esserlo anche in una condizione di disagio?.
Tali affermazioni non hanno la presunzione di porre domande e costituiscono, esclusivamente, un’introduzione riflessiva all’essere tutti, profondamente, “umani”: il mio diventare Persona deve “sapere” di “Me” e dell’”Altro”.
Divenire altro da Sé è una delle più citate funzioni integrative in ambito psicologico: divenire altro da Sé non prescinde dall’Essere altro da Me. Il “Me” e il “Sé” sono indicativi di uno stato riflessivo (anche da un punto di vista linguistico-grammaticale) e ciò che si vuole introdurre in questa sede è una concezione della riflessività, non cognitiva, bensì corporea ed emotiva. Se la consapevolezza del “Me/Sé” è prodotta esclusivamente da una mente logica/razionale, non è reale consapevolezza ma è il pensiero che del “Me/Sé” la persona produce.
L’origine del pensiero può essere multi-determinata e perciò suscettibile di giudizio (proprio e altrui). L’attendibilità di una consapevolezza/riflessione sul Me/Sé ,scaturisce da una ripresa del flusso di connessione con i propri stati fisiologici, con il proprio spazio corporeo e di conseguenza del vissuto emozionale.
L’espressione “Essere altro da Me” introduce la possibilità di cambiamento. Restare in connessione con tutti i propri stati fisiologici ed emotivi, nella loro molteplice e variegata mutevolezza, senza giudizio, costituisce un’opportunità integrativa rilevante: ci permette di accogliere il flusso energetico che il nostro corpo produce (e con il quale comunica), conoscerlo e riconoscerlo diventandone padroni e ospiti assoluti e graditi.
Nella vita quotidiana anche solo l’acquisire una maggiore consapevolezza del nostro modo di respirare (spesso vittima della nostra tendenza a “non ascoltare”) porterebbe ad una migliore gestione delle nostre risorse energetiche e ad una qualità di vita ,giorno dopo giorno, migliore.
Un esempio: – conosco Rina (nome di fantasia). Rina si presenta a me come una donna molto impegnata, divisa tra famiglia e lavoro a capo, insieme a suo marito, di un’impresa artigianale. Da subito, con ghigno astuto, Rina riferisce di aver tormentato, psicologi, psicoterapeuti e medici di base, tant’è che quest’ultimo Le ha consigliato vivamente di astenersi dall’importunarli ulteriormente. Lei ridacchia mentre lo racconta, lasciando intendere che in realtà ne ha bisogno, di quell’aiuto. In fondo da tale ghigno, dal suo racconto e dai suoi occhi il suo “problema”, a quanto pare, protesta ancora.
Come può protestare un problema?
Non è una Persona.
Eppure il problema lo fa, protesta, assume quella ghigna, ridacchia e a tratti intristisce i suoi occhi. Lo fa, impedendole di respirare tra una frase e l’altra.
Si, è vero, Rina, più la guardo e l’ascolto mentre parla e più percepisco la sensazione di essere sotto il peso di tonnellate di acqua, in un abisso. Tuttavia non sono Io quella che non respira ma è -Lei-.
Da questo stralcio di esperienza di un breve momento relazionale, si può comprendere il raccordo tra quello che siamo in situazioni ordinarie, partendo da ciò che accade nel nostro corpo in risposta ad eventi esterni (interagire con un altro), e quello che viviamo, esperiamo in relazione ad esso e agli altri.
Il respiro può incutere una sommersa angoscia, quasi inconscia. Respirare significa dispiegare le ali del “sentire”, sentire e contattare punto per punto, zone inabissate e dimenticate del nostro corpo e della nostra anima. Paura, tristezza, gioia, dolore, tutto ci sconvolge, soprattutto se siamo in contatto con l’altro, sentendoci maledettamente vulnerabili.
L’inadeguatezza che possiamo provare nelle situazioni reali e sociali può essere riconducibile ad un primario stato di inadeguatezza, provato ad un livello più o meno consapevole, nei confronti dei nostri stati “interni”: fisiologici ed emotivi.
Cosa ci capita?
Se non comprendo adeguatamente (dove comprendere significa accogliere – “cum -prendere- prendere con”) i mie stati ed il nostro inevitabile “mutare” con essi (dove mutare non significa stravolgere ciò che sono ma “fluire” con ciò che è “altro da me”- al di fuori di un stato di equilibrio neutrale) non posso comprendere ciò che accade al di fuori di Me.
La rigidità di voler permanere in un “illusorio equilibrio neutrale” ,al di là della mutevolezza degli stati, è una componente di una confusione “nevrotica” che non permette di prendere contatto con i propri bisogni e con la realtà: reagiamo freneticamente agli eventi, interni ed esterni, ma non riusciamo ad agire consapevolmente per e con essi.
Tale confusione costituisce un nodo centrale di come viviamo il contatto con noi stessi e gli altri, trattandosi di una confusione antica, che si riscontra già in età precoce.
Esiste una stabile e forte connessione tra il modo in cui entro in contatto e sono in relazione con quanto “mi” accade e quanto accade intorno a me e agli altri: quanto meno mi ascolto e sono consapevole dei miei stati e della mia mutevolezza tanto più mi sento insicuro e sfiduciato nei confronti degli altri, i cui stati e la cui mutevolezza mi è tanto sconosciuta quanto la mia. La fiducia in sé stessi trova sua origine e sorgente nella capacità di” restare”. “Restare” in contatto con la propria natura, mutevole, che muove dal susseguirsi di cambiamenti di stato. La possibilità di” restare” in termini di esperienza, costituisce la base per potersi radicare in sé ed in sé stare al sicuro. Se si connota la mutevolezza e l’incapacità di percepirsi come “pericoloso” come un ostacolo ai propri obiettivi, si corre il rischio di trasformare gli”Amici” in “Nemici”
Il disagio può costituire un’inesorabile espressione di tale trasformazione: il” Nemico”, magari, una volta fedele “Amico” ed alleato che, persi i suoi riconoscimenti, inizia a condurre una battaglia efferata, espressione di Forza senza Amore che si fa, presto, crudeltà.
De Caro Elide Francesca